Quanta bellezza c’è in giro. Basta cercarla e osservarla e ti si riempie il cuore. L’ho vista stamattina in un negozio. Aveva il volto e il cuore di una mamma. Una di quelle vere, con gli occhi stanchi ma il cuore vigile.
Con lei la sua bambina di neanche dieci anni. Le guance color febbre, lo sguardo stanco e gli occhi lucidi..
La mamma l’ha guardata. Poi si è chinata teneramente su di lei. Piano. L’ha abbracciata. Ha appoggiato sulla sua fronte prima la guancia, poi le labbra, come si fa con le cose sacre.
Non aveva con sé un termometro. Solo il corpo, il suo, capace di riconoscere la sofferenza della piccola come fosse la propria.
Più precisa di un termometro, più antica di qualunque medicina.
Un gesto tramandato nei secoli, da madri che non avevano lauree ma conoscevano ogni battito dei figli.
Un contatto fatto scienza. Un bacio fatto diagnosi.
Ha sollevato il capo, ha guardato suo marito e ha sentenziato: “Ha la febbre. Andiamo a casa”. La piccola ha accennato un sorriso, ha chiuso gli occhi, si è abbracciata al cinto della mamma, appoggiando la testa sul suo ventre.
In quel frammento di vita ho rivisto mia madre quando posava le sue labbra sulla mia fronte con quella dolcezza che non si insegna e non si impara. Una mamma semplicemente ce l’ha. Era come se il suo corpo e il mio parlassero la stessa lingua, una lingua fatta di pelle, di calore, di battiti.
Era bellissima quando prendeva il mio viso tra le mani.
In quel tocco c’era tutto: protezione, diagnosi, cura e preghiera.
Ricordo l’odore dei suoi vestiti con cui viveva la casa, le dita che sapevano d’acqua e farina
e quella capacità antica di essere per me rifugio.
Forse è per questo che oggi, quando vedo una mamma fare quel gesto, mi si muove qualcosa dentro e sento una musica lontana, una nostalgia dolce. Un richiamo d’infanzia che dice: “Sei al sicuro. Sei a casa.”
Che bella invenzione le mamme.
Antonio Curci

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