Non abbiamo fermato la guerra, ma abbiamo costretto la città a guardarsi allo specchio.
Il grido si è alzato forte e chiaro: “Free free Palestine”. Non era solo uno slogan, ma un respiro collettivo, ostinato. Guardando quelle ragazze e quei ragazzi in piazza, ho pensato che la storia, ancora una volta, non la scrivono i potenti: la scrive la speranza ostinata dei giovani che non smettono di credere nella pace.
Nelle loro voci che chiedevano pace a Gaza ho sentito la rabbia per i bombardamenti, ma anche la volontà di vivere in un mondo diverso, più giusto, senza calcoli geopolitici e senza bombe che interrompono i sogni.
Ho ripensato a tutte le volte in cui i giovani, in ogni parte del mondo, hanno gridato per i diritti civili, per la libertà, per la fine di guerre che non avevano deciso loro.
Oggi al corteo pro Palestina ho visto tanti adulti, moltissimi insegnanti che sono scesi in pazza per unire le loro voci a quelle degli studenti contro l’illogicità del male assoluto.
Qualcuno ai bordi delle strade ha dato dei “delinquenti” a quei ragazzi che si stanno battendo anche per loro e per i loro figli.
Qualche saccente ha commentato ironicamente: “Avete bloccato la città. Ed ora cosa avete risolto?”.
Niente abbiamo risolto. Lo sappiamo.
Ma in quelle strade, tra i cori e gli striscioni, abbiamo respirato un’aria diversa. Un respiro che non si misura con le soluzioni immediate, ma con la dignità di dire: “Io ci sono e non sono indifferente ai morti, a quelle decine di migliaia di vittime innocenti, tra cui donne, bambini e anziani”.
E forse è proprio questo che spaventa chi osserva dal marciapiede: vedere che quei ragazzi non hanno paura di alzare la voce, di farsi sentire, di disturbare l’ordine comodo delle abitudini.
Non abbiamo risolto la guerra, è vero. Ma abbiamo fatto la cosa più difficile: abbiamo rotto il silenzio della città, l’abbiamo costretta a guardarsi allo specchio.
E quando i giovani scelgono di camminare insieme, anche senza risposte pronte, allora qualcosa — dentro ciascuno di noi — inizia a cambiare.
Oggi quell’eco l’ho risentita: come se queste ragazze e questi ragazzi con striscioni e megafoni fossero i soli a ricordarci che dietro le statistiche e i comunicati ufficiali ci sono volti, famiglie, bambini… e dunque pezzi di futuro che non ci saranno mai più.
E allora, forse, chi governa dovrebbe fermarsi ad ascoltarli. Perché in quelle voci c’è un’umanità che non si arrende, che non si rassegna. È da lì che bisognerebbe ripartire: dalla tenerezza testarda di chi non accetta che la parola “pace” resti un’utopia scritta nei libri di storia.
Negli occhi dei manifestanti ho visto una disperazione pacifica: un pianto che non trova più urlo, ma che resta sospeso in gola. Giovani che stringono i pugni, che guardano avanti in attesa di una risposta, e insieme abbassano lo sguardo, quasi vergognandosi che altrove altre vite non abbiano il diritto di fiorire. Rabbia, certo. Ma anche la consapevolezza che protestare non basta.
Eppure si respirava una solidarietà concreta: la borraccia passata di mano, il sostegno a chi sfibrato dal caldo insopportabile arrancava, lo sguardo rassicurante di chi diceva: “Forza… la tua sofferenza è anche la mia”. C’era la tensione — fisica, emotiva — di non sapere se il corteo sarebbe rimasto pacifico, se qualcuno avrebbe risposto con violenza, se ci sarebbe stato un momento di rottura. E invece tutto è filato liscio perché se si vuole la pace, bisogna seminarla con la testimonianza e l’impegno.
Ho sentito la paura, sì. La paura per chi è lontano, per gli ostaggi, per i bambini. Ma era una paura che diventava energia, che spingeva a restare in piazza.
E alla fine, sopra ogni cosa, una fiducia ostinata — forse ingenua, ma necessaria. La speranza che la voce di chi manifesta possa raggiungere chi decide, possa scuotere qualcosa. Perché in quelle ragazze e in quei ragazzi c’era la coscienza che il futuro, almeno un pezzo, si gioca anche qui: non solo il loro, ma quello di chi non ha avuto il privilegio di scegliere dove nascere.
Antonio Curci

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