Questa notte ci penso, così, perché da qualche parte abbiamo sbagliato e abbiamo perso. Tutti.
Undici anni.
A undici anni dovresti solo giocare, sbagliare i passaggi a pallone, innamorarti per finta, scrivere frasi sciocche sul diario, ribellarti alla noia.
E invece c’è chi, a quell’età, si avvicina a un palco e chiede il pizzo. Fa il duro, disturba, imita adulti che nel loro immaginario sono eroi ma che invece adulti non sono mai stati davvero.
Li guardi e ti viene da chiederti: dove abbiamo sbagliato?
Perché in certi quartieri la rassegnazione arriva prima della barba. E forse non è il male a far paura. È il vuoto.
Non risolveremo il problema con più Polizia Locale.
Serve presenza per le strade e a scuola di educatori credibili e coerenti, non solo controllo.
Servono alternative valide alla barbarie, parole nuove che arrivino prima del silenzio del male, adulti coraggiosi che mostrino una via senza gridare, senza giudicare, restando lì anche quando è più facile voltarsi.
Non c’è futuro senza cura,
e non c’è cura senza tempo, ascolto, presenza.
Perché un bambino che gioca al bullo non è un nemico. È un pericoloso segnale sociale. E i segnali non si arrestano. Si ascoltano per cercare soluzioni.
Se vogliamo davvero cambiare qualcosa, dobbiamo smettere di guardarli dall’alto.
E iniziare a guardarli negli occhi.
Un bambino che si perde non è un errore: è una responsabilità condivisa.
Ogni volta che chiudiamo gli occhi davanti a un bambino che deraglia, perdiamo un pezzo del futuro. E un pezzo di noi.
Antonio Curci

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