Questa sera ho incontrato giovani appassionati.
Erano i musicisti dell’orchestra sinfonica AYSO. Si sono esibiti al Kursaal Santa Lucia di Bari, diretti dalla bravissima Teresa Satalini.
Erano ragazzi e ragazze. Alcuni poco più che adolescenti.
Hanno suonato con la passione e la precisione dei grandi, ma con quel qualcosa in più che solo i giovani sanno metterci: il cuore pieno di vento e di sogni.
Li guardavo.
Suonavano divertiti. Liberi.
Con quella leggerezza che viene quando non hai nulla da dimostrare, ma tutto da offrire.
E allora ho pensato alla felicità.
A come la cerchiamo — noi adulti — spesso sbagliando direzione.
Nel successo, nel riconoscimento, nei traguardi personali.
Che poi, per carità, per un musicista è anche giusto puntare in alto.
Ma loro, questa sera, mi sono sembrati felici per un altro motivo.
Perché si stavano donando a vicenda.
Si ascoltavano, si tenevano, si aiutavano con uno sguardo o con un sorriso.
E in un’orchestra questo fa la differenza.
Se non costruisci un gruppo davvero coeso, dove ognuno è importante per l’altra e per l’altro, non puoi far parte di un ensemble sinfonico.
Non basta saper suonare bene.
Serve fiducia. Cura. Amicizia. Anche amore.
La felicità, forse, è proprio questo: sentirsi parte di qualcosa che va oltre te stesso.
E la giovinezza, quando la guardi con occhi sinceri, è un dono fragile ma fortissimo.
È un’età in cui si ama con tutta la forza di chi non ha ancora imparato il compromesso.
Di chi si dà senza fare i conti.
C’erano ragazzi e ragazze da tanti Paesi.
Si incoraggiavano con un gesto, con un sorriso mentre suonavano.
E suonavano sul serio.
Note leggere e profonde, piene di cuore. Di quelle che ti restano addosso.
Hanno suonato con slancio.
Con verità.
Con una purezza che noi adulti, a volte, abbiamo dimenticato.
Troppo presi dal fare, dal correre, dal difenderci.
Forse dovremmo imparare da loro.
Dalla loro capacità di stare insieme non per obbligo, ma per il gusto di creare bellezza.
Per il piacere di offrire qualcosa agli altri.
La felicità, quella vera, non è nel possedere.
È nel condividere. Nell’offrirsi.
E la giovinezza, quando la si lascia fiorire davvero, è il più grande dono di cui anche noi — oggi, ora — possiamo ancora nutrirci.
Antonio Curci

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