Finalmente una buona notizia. Il 40% degli adolescenti ha deciso di ridurre l’uso dello smartphone e di allontanarsi dalla rete. La notizia è stata pubblicata dal The Guardian qualche giorno fa.
Il dato emerge da una ricerca condotta su oltre 20.000 ragazzi tra i 12 e i 15 anni in 18 Paesi. Consapevolmente i ragazzi hanno deciso di spegnere il loro cellulare. E non lo fanno per obbedienza o ribellione ai genitori o agli insegnanti, ma per mera sopravvivenza: per proteggere la propria salute mentale.
Si tratta di una vera e propria rivoluzione silenziosa da parte dei teenagers che hanno deciso di disconnettersi per tornare a respirare. Di allontanarsi dalla rete per ritrovarsi. Di smettere di comunicare con i codici per tornare a parlarsi guardandosi negli occhi.
E noi adulti? Non ce ne stiamo accorgendo perché troppo spesso non dedichiamo loro le giuste attenzioni.
Piuttosto, se continuiamo ad essere dipendenti dalla rete e dai dispositivi mobili, non potremo mai educare al limite visto che siamo noi i primi a ignorarlo.
Non possiamo insegnare a godere della presenza dell’altro se, appena ricevuta una notifica, ci distraiamo, ci spostiamo altrove, ci alziamo da tavola o abbassiamo lo sguardo.
Non possiamo insegnare la profondità delle relazioni se siamo i primi a vivere in superficie, saltando da uno schermo all’altro come se fossimo in apnea.
I ragazzi ci osservano. Non con giudizio, ma con il desiderio di viverci come adulti presenti, attenti, capaci di abitare davvero il tempo e le relazioni.
E quando decidono di spegnere, non ci stanno dicendo che odiano la tecnologia. Ci stanno chiedendo, a modo loro: “Riesci a stare qui con me, anche senza distrarti?”
È questa la vera notifica che dovremmo imparare a leggere.
Forse sono loro a educare noi.
Forse sono loro i nuovi adulti.
E noi, i ragazzi smarriti.
Antonio Curci

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