Nessuno mai si è accorto di lui. E neanche di tanti altri come lui.
Succede, nelle periferie dell’attenzione, che ci siano ragazzi che passano inosservati. Silenziosi. Opachi, non perché manchi loro la luce, ma perché nessuno gliel’accende addosso. Lui, ad esempio, dice che a scuola era il più “ciuccio” della classe. Parola antica, marchiata a fuoco sulla sua giovane traiettoria scolastica da una società che troppo spesso ama semplificare le cose per non doversi impegnare a guardare fra le tantissime sfumature dell’animo umano.
Studiava poco, è vero. Ma quel poco bastava agli adulti per ricordarsi di lui solo per rimproverarlo. Mai una domanda sul perché. Mai uno sguardo che lo cercasse anche quando non alzava la mano.
Poi, un giorno qualsiasi in un lavoro qualunque, succede qualcosa di straordinario. Un superiore gli dice: “Bravo. Hai fatto un ottimo lavoro.” Non un premio, non una medaglia. Solo parole. Ma pesanti. Vere. Finalmente.
E lui si è sentito visto. Apprezzato. Persino degno di un avanzamento di carriera, seppur piccolo. E adesso vuole dare il massimo. Perché quando qualcuno ti riconosce, ti ridona anche la voglia di esserci. Di esistere meglio.
Nel mio mestiere, quello di ascoltare e raccontare storie, ne ho incrociate tante come la sua. E ogni volta penso che ci sbagliamo, tutti, a premiare solo chi arriva primo. A lodare solo chi ha già brillato. Perché la vera sfida è accorgersi di chi non alza la voce, ma ha dentro un mondo che aspetta solo il permesso di fiorire.
E allora mi domando: cosa accadrebbe se a scuola, al lavoro, nella vita, imparassimo a vedere meglio? Forse scopriremmo che tanti “ciucci” hanno solo fame di fiducia. E che basta poco — una parola giusta, un elogio sincero — per cambiare il destino di una persona.
Antonio Curci

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