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Liberi di Pensare

Il mare, un bambino e un cellulare

Oggi, al mare, ho assistito a una scena che mi è rimasta addosso. Un bambino cercava a modo suo le attenzioni della sua mamma. Non la disturbava. Non faceva capricci. Cercava solo uno sguardo, una parola, una piccola conferma che lui c’era, lì, sotto quel sole grande e tra la sabbia bollente. Ma la mamma era altrove. Non in un altrove profondo, meditativo, rigenerante. No, era imprigionata nel piccolo schermo del suo cellulare, intenta a scorrere, leggere, commentare chissà cosa, chissà chi.

Il bambino insisteva, con la tenacia degli affetti veri. Ma lei, improvvisamente, ha sbottato:

“Mi lasci in pace? Vai a giocare da solo!”

È stato un colpo al cuore. Non solo per quel bambino che, silenziosamente, ha abbassato lo sguardo e si è allontanato per restare da solo. Ma per tutti noi che dimentichiamo, ogni giorno, che educare significa esserci. Significa prestare attenzione anche quando non abbiamo voglia. Anche quando siamo stanchi. Anche quando il mondo ci chiama altrove.

Essere genitori, o educatori, non è un mestiere che funziona a intermittenza, come le notifiche di uno smartphone. È una presenza lenta, continua, spesso silenziosa. È saper guardare un bambino e dirgli, senza parole: “Ti vedo. Sei importante. Puoi contare su di me. Non sei solo”.

L’attenzione è la forma più alta di amore.

Si diventa grandi in tutti i sensi se si ha accanto qualcuno capace di ascoltare sul serio.

Questa estate, proviamo a mettere da parte il nostro smartphone e mettiamoci, almeno per un po’, seduti accanto ai nostri figli. Solo per guardarli mentre crescono. E magari, se ci va, giocare con loro.

Antonio Curci

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