Oggi un’amica mi ha detto che il suo bambino da quando è finita la scuola si è impigrito. Trascorre il suo tempo fra il divano e il letto. Si annoia, ma non vuole fare nulla. Una frase mi ha particolarmente colpito: “Ha smesso di imparare”.
Noi adulti siamo spesso abituati a pensare all’apprendimento come a qualcosa di misurabile: i compiti, i voti, le interrogazioni, le attività organizzate. Ma ci sono momenti, come l’estate, in cui i ragazzi imparano in silenzio, senza che ce ne accorgiamo. Imparano a fare i conti con il tempo vuoto, con la noia, con se stessi. E non è poco.
E poi… chi l’ha detto che si impara solo tra i banchi?
Fuori dal suono della campanella, ci sono educazioni che non fanno rumore ma che lasciano traccia. Fare la spesa con la nonna che insegna il valore del denaro e della stagionalità. Chiacchierare con un nonno di pesci o di animali selvatici. Riparare una sedia col papà e scoprire la pazienza. Preparare la tavola con la mamma per apprendere l’arte dell’organizzazione. Aiutare un fratellino a leggere le prime parole e scoprire la pedagogia dell’affetto.
Non è scuola, certo. Ma è educazione.
È l’allenamento silenzioso alla cura, alla responsabilità, alla resilienza.
È imparare che anche il silenzio ha un peso, che il tempo va amministrato, che la noia non è nemica ma maestra.
L’estate è l’occasione – rara, preziosa – per guardare un telegiornale in famiglia e confrontarsi sulle notizie del giorno. Per parlare con la vicina e aprirsi all’alterità. Per cucinare senza fretta con mamma o papà e scoprire il valore del cibo, o sistemare le piante sul balcone, mani nude nella terra, per imparare i segreti della vita.
Lo so, ci sono famiglie dove regnano le fatiche, i vuoti, le assenze. Ma anche lì, ogni gesto può diventare un seme. C’è bisogno di genitori attenti e creativi che ridiano dignità alla famiglia rendendola palestra invisibile. Bisogna aiutare i ragazzi a riconoscere che educarsi non è solo una questione scolastica, ma un esercizio quotidiano fatto di abitudini, relazioni, errori e tentativi.
Quella frase – “ha smesso di imparare” – mi brucia ancora.
Perché forse è vera. O forse è solo che nessuno gli ha mai insegnato a guardare la casa come un luogo in cui si può imparare la vita.
E quell’umanità che si semina lì, giorno per giorno, è la stessa che i ragazzi poi porteranno con sé quando torneranno a scuola.
Antonio Curci

More Stories
L’ambizione senza umanità ci distrugge.
Le mamme di oggi come quelle di una volta
Che tenerezza le strisce pedonali