Oggi, ero in una sala d’aspetto. Un luogo anonimo, neutro, dove il tempo si dilata e i pensieri – se li lasci fare – iniziano a camminarti dentro.
Accanto a me, donne e uomini con l’aria affilata di chi sa sempre cosa fare ed esattamente dove andare. Parlavano continuamente ai loro telefonini come se lì ci fosse rinchiusa tutta la loro identità. C’era chi discuteva di rogiti, chi di investimenti, chi di ricavi, chi di fondi da spostare da una parte all’altra come fossero pedine su una scacchiera che non ammette soste, né esitazioni, né errori.
Non si guardavano mai intorno. Non si accorgevano di chi sedeva accanto. Non alzavano mai gli occhi al soffitto. Non sorridevano al bambino che faceva le smorfie nella poltrona due file più in là.
Non rallentavano.
Forse avevano paura di incontrare un pensiero libero, uno di quelli che arrivano senza preavviso e chiedono conto: “E tu, chi sei davvero, quando fai silenzio?”
Mi chiedo se anche per loro la vita abbia ancora un odore, una musica, una sorpresa che li sappia disarmare. O se tutto, ormai, sia solo rendimento, accumulo, affari.
Ma il tempo, quello vero, non si contabilizza.
È quello che si lascia attraversare, che ti fa inciampare nella bellezza di uno sguardo distratto, nella carezza silenziosa di un’idea.
Senza giudizio ma con una punta di malinconia mi chiedo:
che senso ha una vita dove ogni secondo è speso, ma nessuno è vissuto?
Antonio Curci

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