Libersare OdV

Liberi di Pensare

La solitudine di un tempo che fu

Lei era una tipa che non chiedeva molto. Le bastava una mano amica, un gesto gentile, un po’ di attenzione ogni tanto.

Esile, restava lì, in silenzio, aspettando che qualcuno si accorgesse di lei. Anche nei giorni peggiori, mai una parola fuori posto.

Chi l’amava aveva con lei un rapporto esclusivo, quasi morboso.

Umile, a volte si lasciava mordicchiare o perfino baciare prima di iniziare una nuova storia.

Aveva i suoi umori, certo. Se la trattavi male, si offendeva.

Si fermava.

Ma bastava alitarle con cura sul volto, e tornava a dire la sua.

Perché lei, sì, aveva tanto da dire.

Tracciava pensieri, vergava promesse, scriveva lettere d’amore e di addio.

Era la voce degli innamorati timidi, dei cronisti appassionati, dei poeti di periferia.

Era la compagna dei bambini alle prime armi e di certi professori con la calligrafia da manuale.

Sempre lì, sempre pronta.

E anche quando veniva lasciata… trovava sempre qualcun altro capace di coccolarla — e via, un’altra vita.

Poi, piano piano, nessuno più l’ha guardata.

Nessuno più l’ha cercata, l’ha sfiorata, l’ha stretta.

Tutti hanno dimenticato che un tempo lei era la loro voce.

Lei raccontava quello che non si riusciva a dire.

La penna.

Ora sta lì, su un tavolo pieno di cose inutili, o in un cassetto impolverato.

Con il cappuccio perso, l’inchiostro secco e nessuno che la prende più in mano. Nessuno che la faccia più roteare fra le dita mentre le idee si affacciano libere al balcone del cuore.

La chiamano “vecchia”, “inutile”, “fuori moda”.

Ma prima o poi tornerà.

Perché ci sarà un giorno — uno solo — in cui un cuore infranto sentirà che le parole devono uscire libere… ma non da uno schermo.

Da una mano tremante.

E allora la prenderà.

E lei, senza fare storie, tornerà a dare corpo a emozioni e sentimenti.

Come ha sempre fatto.

Come solo una penna sa fare.

Antonio Curci

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