“Gent.mo professore. […] Sono sempre stata quel tipo di ragazza che tutti chiamano la prima della classe. Almeno fino alla maturità. Oggi sono all’università e qualcosa è cambiato in me. Non sono più così performante, anzi faccio una fatica incredibile a proseguire gli studi. Cosa mi sta succedendo?”
Cara giovane dai voti alti e dal cuore stanco, ti rispondo con il rispetto che si deve a chi ha il coraggio di confessare la propria fragilità.
Essere “la prima della classe” è un’etichetta che inorgoglisce chi la porta e rende fieri i parenti, ma a volte imprigiona. Ti sei abituata ad associare il tuo valore ai risultati, alla performance, al sentirti sempre un passo avanti. Ma ora che sei uscita dalla scuola — da quel sistema che misurava e classificava — ti stai accorgendo che la vita non ha pagelle, ma domande. E alcune di quelle domande fanno paura.
All’università cambia tutto: i ritmi, le aspettative, la solitudine. Cambi tu. E quella fatica che senti non è un guasto, ma un passaggio. È la tua mente che cerca nuovi equilibri, è la tua identità che si sta riscrivendo.
Non sei meno brava. Sei solo più vera.
Non è semplice accettare di non essere sempre all’altezza, ma è da lì che inizia l rinascita e si riprende a crescere in modo nuovo. Ti stai liberando da un’idea di te costruita solo sui risultati, per provare — forse per la prima volta — a chiederti chi sei, non solo cosa sai fare.
E questa, credimi, è la lezione più difficile. Ma anche la più importante.
Tieniti stretta. Con gentilezza. E se serve, rallenta. Perché nella fragilità, a volte, nasce la forza che non sapevamo di avere. La fragilità va attraversata. È il punto in cui la vita ci chiede verità. È nel gesto incerto, nello sguardo abbassato, nel “non ce la faccio” sussurrato tra i denti che si gioca la nostra autenticità. Ma è anche lì che nasce la fiducia, il legame, l’empatia. Perché solo dove siamo fragili possiamo essere accolti perché umanamente veri.

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