Jannik Sinner ha battuto Carlos Alcaraz.
Non è stato solo un match di tennis. È stata una storia. Una di quelle che meriterebbero un documentario, con le immagini lente, le musiche giuste e la voce fuori campo che ti racconta tutto quello che c’è dietro a quei colpi che sembrano solo sport.
Sinner non ha urlato. Non ha sbattuto la racchetta. Non ha cercato la telecamera. Ha fatto quello che fanno i ragazzi abituati alla fatica: si è guadagnato ogni punto con pazienza, umiltà e la forza di chi sa aspettare.
E mentre lo guardavo, ho pensato a voi, cari ragazzi.
Soprattutto a quelli che oggi cercano scorciatoie, perché qualcuno ha fatto loro credere che si possa arrivare in vetta senza fatica, senza sacrificio se hai il filtro giusto, il profilo giusto, le parole giuste da dire o magari qualche amicizia importante.
Ma non è così.
Sinner ci ha messo anni. Ha lasciato casa da ragazzino, ha cambiato sport, ha fatto errori. Ha ascoltato in silenzio. Si è rialzato quando gli altri parlavano solo del talento dell’avversario. Non ha fatto rumore. Ha fatto strada.
E oggi, eccolo lì, a Wimbledon, sul campo più importante del mondo, con la stessa faccia di sempre: quella di chi sa che la vera vittoria è aver dato tutto, non aver vinto.
A volte, cari ragazzi, serve questo: la costanza.
Il silenzio.
Il coraggio di non brillare subito.
La forza di essere fedeli a un sogno anche quando sembra impossibile.
Non servono urla per scrivere una bella storia. Serve passione, serve rispetto, serve tempo.
E serve qualcuno che ve lo dica.
Magari in una scuola. Magari davanti a una cattedra o in un laboratorio, o in una palestra di periferia.
Che vi dica che la libertà non è fare quello che si vuole, ma scegliere chi essere e chi diventare.
E per farlo, bisogna imparare a perdere, a sbagliare, a stare zitti.
A prepararsi, ogni giorno, anche quando nessuno ti guarda.
Come ha fatto Jannik.
Come fanno tutti quelli che, senza clamore, cambiano il mondo.
Uno scambio alla volta.
Antonio Curci

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