Libersare OdV

Liberi di Pensare

Educare con gli occhi e con il cuore

Oggi mi è tornato in mente lo sguardo di mio padre.
Non aveva bisogno di alzare la voce: gli bastava socchiudere quegli occhi verde bosco, profondi e fermi come certi alberi che non si piegano mai al vento, per rimettermi in riga.
Erano fendenti silenziosi, tagli netti che contenevano le mie esuberanze d’infanzia con una fermezza antica, quasi contadina.
Mia madre, invece, parlava con occhi pieni di dolcezza.
Occhi che mi capivano anche quando non mi capivo io.
Non mi proteggevano dalle conseguenze, ma non mi facevano mai sentire sbagliato né solo.
Anche quando mi comportavo da piccolo irresponsabile, non tradivano mai durezza.
Solo dispiacere. Solo cura.
Due sguardi diversi. Due alfabeti emotivi.
Ma un’unica grammatica dell’amore.
Uno mi insegnava i confini. L’altra, la comprensione.
E insieme, senza bisogno di grandi discorsi, mi hanno indicato la strada: quella retta, fatta più di esempio che di parole.
Oggi che quegli occhi non ci sono più, li porto dentro.
E ogni tanto li sento ancora su di me, nei momenti in cui devo scegliere da che parte andare.
Mamma e papà non avevano studiato psicologia,
ma sapevano riconoscere un silenzio che pesa,
una lacrima trattenuta, un’ombra nel mio sguardo.
Mi è tornata in mente anche la mia maestra di scuola elementare.
Nel suo sguardo ritrovavo sia quello di mio padre che quello di mia madre.
Sapeva bene che i suoi alunni avevano fame di pane, di conoscenza e di carezze.
Lei era capace di insegnare i rudimenti del sapere come si insegna un abbraccio:
senza fretta, con pazienza, chiamando per nome ogni emozione.
Anni dopo, uno dei miei maestri di vita, quando entrai nei ruoli, mi disse:
“A scuola i tuoi studenti impareranno se si sentiranno amati. Se li guarderai come persone, non come problemi.”
Nel mio mestiere porto sempre con me tutto questo:
lo sguardo severo e giusto di mio padre,
quello amorevole di mia madre,
e gli insegnamenti dei grandi maestri che ho incontrato.
È la pedagogia dell’affetto.
Che non è buonismo, e nemmeno retorica.
È un modo di stare al mondo. E nella scuola.
È avere cura.
È sapere che un ragazzo ascolta davvero solo chi lo vede.
Che una ragazza si fida solo di chi la rispetta, anche quando sbaglia.
È sapere che si educa anche
semplicemente vivendo insieme, camminando accanto a loro,
lasciando che alcune cose si imparino anche nel silenzio.
Io credo che un insegnante o un genitore possa cambiare il destino di un ragazzo o di una ragazza semplicemente restando.
Perché la presenza è un messaggio più forte di qualsiasi lezione.
Educare è questo: esserci. Guardare. E restare. Anche quando nessuno sembra ascoltare.

Antonio Curci

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