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Liberi di Pensare

Il ragazzo e la strada

Stanotte penso a Davide Lippolis, il ragazzo che ha perso la vita in un incidente di moto. Non lo conoscevo. E forse è proprio per rispetto che non ho voluto cercarlo sui social.
Perché quei profili, quelle foto, quelle storie… sono solo vetrine luminose di frammenti di esistenza, spesso edulcorati, filtrati, lontani dal vero. La verità di una vita non sta in un post, né in una bio. Sta nei silenzi che nessuno ha ascoltato, negli sguardi sfuggenti, nelle paure mai rivelate.
Non servono i dettagli esibiti su Instagram a raccontare un’assenza. Bastano i suoi occhi, quelli nella foto pubblicata dai giornali in rete. Occhi bellissimi, fieri, ma forse un po’ stanchi.
E allora, nel buio di questa notte, mi basta pensare a lui giovane, fragile, vivo. E troppo in fretta scomparso.
Davide era molto di più dei suoi profili. Era una giovane storia, come quella di tanti ragazzi, fatta di inciampi e ripartenze, di cadute e sogni. Ma era solo un ragazzo.
Il vuoto che lascia è tutto.
È ovunque.
È nelle lacrime di una madre e di un padre.
Nel silenzio attonito degli amici.
Nella rabbia che rimane.
Nel rombo della moto in una notte troppo diversa dalle altre.
Nell’asfalto che si avvicina troppo in fretta.
In una risata prima dello schianto.
In una canzone appena ascoltata.
In un pensiero lasciato a metà.
Non conoscevo Davide, ma conosco tantissimi ragazzi che come lui vivono quel brivido di onnipotenza che si prova quando si è giovani, quando tutto sembra possibile e niente fa davvero paura.
Conosco il senso di sfida con la vita, quel voler toccare il limite per sentirsi vivi. E conosco anche il silenzio che rimane dopo, quello che non consola.
Stanotte penso a Davide, e vorrei abbracciare i suoi genitori, i suoi amici e dire loro di piangere forte, di non vergognarsi.
Vorrei dire a chi resta di non trasformare il dolore in rabbia, ma di tenerlo lì, come una fiamma, per scegliere da oggi in poi la vita — quella vera, quella che sembra noiosa ma salva.
Perché ogni corsa ha un prezzo. E nessuna foto profilo saprà mai raccontare davvero quanto manca una vita interrotta.
Penso a quei ragazzi come lui, con gli occhi pieni di adrenalina e la vita svenduta a una corsa senza freni. Sognano libertà, ma trovano solo muri. Cercano emozioni, ma inciampano nel vuoto.
Li vedi sfrecciare come se il domani non esistesse. E forse per loro davvero non esiste. Perché nessuno gliel’ha insegnato. Nessuno ha mai detto che anche la lentezza può essere una scelta rivoluzionaria. Che sapersi fermare è da forti. Che la vita non è un videogioco da ricominciare.
Se avessi potuto parlare con Davide, l’avrei fatto con la voce bassa e il volto dell’insegnante che vuol bene ai suoi ragazzi.
Gli avrei detto: “Ragazzo mio, lo so che vuoi sentirti vivo. Ma c’è un modo per esserlo davvero, e non si trova sfidando la morte. Si trova ascoltando chi ti vuole bene, respirando forte prima di agire, avendo cura del tuo corpo come fosse un tempio e non un rottame da lanciare contro il muro a 300 all’ora”.
E avrei aggiunto:
“Non devi essere un eroe. Non devi piacere a tutti. Devi solo restare vivo abbastanza a lungo da capire chi sei davvero”.
Con una carezza al posto dell’indice puntato.


Antonio Curci

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