Non mi capita spesso di entrare in una tabaccheria, anzi, a pensarci bene, era da anni che non ci entravo.
Oggi mi serviva una marca da bollo, e così sono entrato nella prima che ho trovato. Ho scoperto un microcosmo. Visi segnati dal desiderio irrefrenabile di dare una svolta alla propria vita. Persone semplici, come quelle che spesso si incontrano nelle periferie della nostra città. Nelle mani stringevano pochi spicci che consegnavano al tabaccaio in cambio di uno scontrino, per poi mettersi in adorazione davanti ad un monitor che a ripetizione mostrava dei numeri. Con gesti meccanici, i loro occhi rimbalzavano tra il display e il pezzo di carta, stretto fra l’indice e il pollice.
Anziani, giovani, donne stanche. Tutti fermi. Con la testa all’insù e il fiato sospeso. Aggrappati ad una speranza testarda davanti al display sputa-numeri come se questo potesse riscrivere, da un momento all’altro, i loro destini.
Davanti ad un altro bancone, persone in fila compravano i cosiddetti gratta e vinci. Acquistavano. Grattavano. Guardavano. Si disperavano per non aver vinto. Ma nessuno smetteva. Come se grattare fosse un modo per dire: “Sto ancora cercando un riscatto”.
In questa notte silenziosa, penso e ripenso a quella sala piena di persone assorte in una preghiera laica, nella speranza di risorgere ad una nuova vita grazie ad una bella vincita. Un’umanità sofferente che recita ogni giorno un rosario di sogni fatti di numeri e carta, polvere argentata e delusioni ricorrenti. E allora ho pensato a quanto sia crudele un Paese che invoglia i suoi figli a tentare la sorte invece di costruirla. Che lascia che il desiderio diventi gioco d’azzardo, e la povertà, dipendenza.
In quella tabaccheria non c’era solo una marca da bollo. C’era l’Italia che nessuno racconta. Quella che vive di stenti, ma che non rinuncia a sperare ancora, anche se, purtroppo, in modo sbagliato.
Antonio Curci

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