Che meraviglia le mamme. Sono un dono della vita. Sorrido ancora nel ripensare al piccolo duello di dolcezze a cui ho assistito stamattina.
“Luca a mamma, fai le caro a Marco”, ha detto una giovane mamma al suo bambino nel passeggino. “Marco, fai le care a Luca”, ha risposto l’altra avvicinando il carrozzino.
Ho guardato la scena incantato.
Certo, le mamme sanno bene che si dice “carezza” e non caro o care. Ma parlare così ai bambini, con termini inventati, vezzeggiativi improbabili, parole tronche è un po’ come alimentare il loro linguaggio con gli omogeneizzati della grammatica italiana.
E questo perché le mamme hanno la grande capacità di farsi piccole come i loro adorabili bambini per entrare nel loro mondo con passi morbidi.
È l’amore che prende il sopravvento anche a costo di scivolare via dai binari della grammatica.
E allora che ben vengano le caro, le care, i bambilotto, i piedino, i pesciolino e la bua…
È un linguaggio che si perde nella notte dei tempi e che incarna usi e costumi della cultura del posto. Non sta nei libri, ma nelle pance, nei ricordi, nei pomeriggi stanchi in cui l’unico verbo che conta è: amare che fa il paio con stare.
Accanto. Vicini. Senza punteggiatura.
Ma attenzione. Il linguaggio semplificato va bene nei primissimi anni, soprattutto quando è accompagnato da suoni dolci, toni affettuosi e tanti vezzeggiativi che aiutano il bambino a riconoscere le emozioni e le intenzioni dell’adulto e a creare un legame affettivo e di sicurezza. È una forma di “musica” emotiva prima che verbale che aiuta i bambini a imparare il linguaggio dal contesto e dunque l’intonazione e l’affetto contano quanto le parole. Ma, care mamme, attente a non esagerare perché dopo i 3-4 anni, correte il rischio di rallentare l’acquisizione del linguaggio corretto. Lo so, le ragioni del cuore sono forti, ma dovete sforzarvi di offrire un modello linguistico corretto, altrimenti creerete confusione nei vostri bambini fra le parole reali e quelle inventate e dunque facendo interiorizzare ai vostri pargoletti modi di parlare immaturi o poco chiari con gravi ripercussioni a scuola o in altri contesti.
La chiave di tutto è l’equilibrio.
Parlare ai bambini con tenerezza va benissimo. Ma è altrettanto importante parlare con loro, non per loro, e accompagnarli gradualmente verso un linguaggio più preciso e ricco.
Quindi, va bene dire “fai le caro a Marco” se hai un figlio di due anni che sta imparando a voler bene. Ma poi raccontagli anche storie vere, con parole vere. Perché crescere vuol dire anche imparare a nominare il mondo per capirlo meglio.
Antonio Curci

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